Ottavio Rosati presentra il libro di Jacob Levi Moreno - Musica e psicomusica
Moreno in questo libricino sostiene che ogni esecutore musicale è un doppio del compositore e invita a mettersi in contatto con la propria spontaneità, mentre si esegue uno spartito con uno strumento.
Tradurre un testo è un po’ come suonare uno spartito. La psicomusica è una psico-traduzione. E allora perché non mettere qualcosa di originale e di autentico in un testo, trasferendolo da una lingua all’altra? Gli esempi del resto non mancano.
Traducendo Psicomusica di Moreno ho sentito il desiderio colpevole di cambiargli stile. Ho cercato di resistere alla tentazione ma ho trovato proprio in Moreno il coraggio di cui avevo bisogno. Così mi sono permesso di liberare, nel 2005, il testo di Psicomusica dalle circonlocuzioni impersonali che lo soffocavano. Soprattutto i verbi al passivo erano fuori posto nella prosa di un rivoluzionario come Moreno la cui fama negli anni Quaranta si stava allargando in tutto il mondo e il cui nome in rumeno vuol dire ‘Nostro Maestro’.
Perché un personaggio che ha passato la gioventù a Vienna a dare scandalo e a comporre poesie in nome di Dio, arrivato nella pragmatica New York scrive timidamente che certi esperimenti terapeutici dovevano essere fatti, invece di scrivere che lui li ha fatti? Come mai Moreno, yankee nella Grande Vienna, sembra Austro Ungarico in America?
Credo che Moreno volesse mitigare la forza sfacciata delle sue affermazioni di principio. Cercava di difendere la sua originalità - massiccia come la sua stazza – dalle critiche di un establishment psichiatrico che aveva cominciato a dargli credito ma che era a corto di idee. Il fatto che oggi le proposte di Moreno ci sembrino ovvie è dovuto al fatto che hanno avuto successo. Ma nel 1947 mobilitare un’orchestra per curare un disturbo psicosomatico non era una cosa da tutti.
Per rendere più diretto il testo di Psicomusica, ho spezzato in tre parti le frasi più lunghe, ho tradotto cultural conserve ‘confezione’ e non ‘conserva culturale’ e ho girato i verbi al passivo in attivo, con tanto di soggetto. Il discorso di Moreno è uscito allo scoperto, asciutto e chiaro.
A questo punto, il testo, uscito come nuovo dal suo autolavaggio, dava una piccola lezione di taoismo.
Per sistemare un elogio della spontaneità, non avevo usato solo una dose di spontaneità, ma tecniche elementari di editing insegnate in qualunque corso di scrittura creativa. Dunque la cura della spontaneità e quella della confezione, non sono in contrasto. Sono complementari, come il maschile e il femminile, ma non opposte. Il flusso della spontaneità e la solidità del canone culturale si combinano idealmente come lo Yin (centrifugo) e lo Yang (centripeto) nella sintesi del Tao. L’idea di Moreno, che le tecniche della confezione possano bloccare la musicalità latente in ogni persona non è un attacco alla musica e nemmeno un manifesto di musicoterapia.
Un disturbo diverso da quello del primo violino dell’orchestra sinfonica di New York andrebbe compreso e curato con uno psicodramma diverso. La terapia giusta per uno strimpellatore con la testa tra le nuvole, sarebbe un role playing allo studio della musica. Per un soggetto convinto di essere un genio incompreso, la spontaneità consisterebbe nell’imparare a muoversi dentro le regole del gioco. Cantare fuori dal coro è diverso dal fare pipì fuori del vaso.
Il discorso sulle tecniche di psicodramma può essere fatto anche in termini di definizione sociometrica: l’artista alternativo, che si illude di operare fuori del sistema, in realtà occupa una posizione ben definita. Che lo voglia o no, anche il metallaro rock si muove in un genere preciso e gestisce un ruolo: quello dell’outsider.
In definitiva ogni stonatura ha le sue note e va gestita con un intervento su misura. La spontaneità non consiste nel dare fiato alle trombe ma nel riuscire a fare ciò che sembrava impossibile. Questa lezione di Moreno vale per il paziente ma soprattutto per il terapeuta.
La tecnica usata da Moreno per curare il disturbo del violinista in crisi, per certi versi, mi ha fatto pensare all’immaginazione attiva, una delle principali tecniche junghiane basata su fantasie creative che di solito si fanno “a mente nuda” ma possono anche implicare il ricorso alle mani. Alla materia, al corpo, alla danza. Tra l’approccio suggerito da Jung e quello organizzato da Moreno ci sono differenze e analogie.
La differenza sta nel fatto che quello del violinista non è un confronto personale e privato con l’inconscio ma un lavoro a due: è Moreno che fa la regia dei giochi. L’analogia sta nel fatto che questa regia e questi giochi attivano comunque una funzione trascendente, in cui il violinista impara a mettere in contatto il suo io con l’inconscio, creando una terza via. Nella psicomusica si incontrano le capacità di esecuzione e le fantasie personali. La guarigione dal sintomo porta anche un nuovo modo di suonare che, alla fine, merita l’apprezzamento anche degli altri orchestrali.
Forte di questa constatazione, ho fatto un’immaginazione attiva centrata sulla psicomusica. Volevo sondare il punto di vista del mio inconscio sul tema. Del resto non c’è niente di meglio che giocare per capire lo spirito di un gioco. Ė emersa la figura cordialissima di Moreno che mi spingeva a mostrare il suo esperimento a un esperto di musica per avere un punto di vista aggiornato sulla sua proposta del 1947.
La mia scelta è caduta su un musicologo romano, noto per la serietà dei suoi studi e un’enorme raccolta di libri e dischi che ne fa un vero principe di quelle che Moreno chiamava “cultural conserve”.
La reazione del musicologo al linguaggio e al testo di Psicomusica non poteva essere più netta. In particolare lo ha scandalizzato un commento umanissimo di Moreno sul fatto che, tra i professionisti della musica, domina la competizione. Cito il finale della sua sfuriata:
E allora? So what? Viva la faccia; così si migliora il prodotto… Ma che gente siete? Solo perché curate un violinista, vi mettete a dettare legge su cose che non conoscete? (Gesticolando) Se guarisco uno dandogli una botta in testa non vuol dire che sono un filosofo attendibile. Cose da pazzi. Niente di nuovo del resto. Tolstoy pure diceva qualcosa del genere, in un contesto che è la negazione dell’Occidente in blocco. Scrive, tra l’altro, che i canti dei contadini sono la forma più alta di creazione musicale, superiori a Beethoven e Wagner. Un malinteso senso democratico è il cavallo di Troia per andare in questa direzione. Da chi ci può venirci ‘sta roba se non da questo Est invidioso e terrificante? Moreno, Tolstoy… due calmucchi, ti dico!
L’esperimento si conclude qui. La pagina gialla anche.
Resta la terza e ultima parte, di colore rosso.
Ho reagito al trauma fischiettando una canzone di Cesaria Evola. Per molti versi la reazione mi è sembrata più una conferma che una stroncatura delle tesi di Moreno sui pericoli di un eccesso di formalizzazione. In fin dei conti, non si trattava del parere di un musicista né di un terapeuta. Ma di uno studioso di musica, in contatto più con il logos che con l’eros del flusso creativo. “Se quel signore suonasse la chitarra,” ha cantato un calmucco dentro di me, “forse capirebbe il significato della psicomusica”.
Ho ripreso in mano I giochi e gli uomini, un libro del 1958 di Roger Caillois, che porta avanti il discorso di Huizinga per una teoria generale dei giochi. Caillois distingue quattro categorie diverse di gioco a seconda che in essi predomini il ruolo della competizione, del caso, della messa in scena o della vertigine. E li chiama Agon (si gioca a tennis o a poker), Alea ( si gioca al lotto o a dadi), Mimicry (si gioca un ruolo a teatro o nella vita) e Ilinx (si gioca a perdere l’equilibrio sull’ottovolante). Quel che mi tornava utile era la sua distinzione tra due elementi costitutivi senza dei quali nessun gioco è possibile: Paidia e Ludus. La prima rimanda agli elementi di spontaneità, alla freschezza imprevedibile di ogni mossa del gioco. Il secondo si riferisce alla struttura in cui avviene il gioco, fatta di regole, ruoli e confini.
In termini psicologici, Paidia è la spontaneità. Ludus è il setting che la contiene. Per esempio, giocando a tennis, possiamo inserire una variabile a sorpresa, fingendo di fare un lungo linea per poi incrociare la palla con un effetto, all’ultimo momento. Ma il colpo imprevedibile ci dà gioia solo perché le linee del campo restano sempre quelle e non si trasformano di colpo in quelle del calcio. Non si dà Paidia senza Ludus. Da questo punto di vista il musicologo non aveva né ragione, né torto. La sua era la voce del Ludus per la Paidia di Moreno.
Restava comunque in circolazione una disarmonia che non riuscivo a definire e nemmeno a liquidare.
La soluzione è venuta dalle immagini. Da un sogno allietante arrivato mentre finivo di scrivere questa nota in uno stato di totale concentrazione sulla psicomusica. Lo riferisco (con ogni riserva e autoironia) sospettando che possa dirci qualcosa di Moreno, e non solo del suo incauto sognatore-traduttore. Del resto, se la trasmissione dell’inconscio tra generazioni è una realtà, è da presumere che si verifichi anche nelle famiglie di psicodrammatisti, in cui Moreno è nel ruolo del nonno.
Il sogno era ambientato nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, a pochi metri dalla casa del musicologo. Non do libere associazioni perché non è un sogno da analizzare. Andrebbe guardato come un cortometraggio.
Sono a S. Maria. Guardo la navata da una postazione alta, a sinistra dell’altare. Un violinista ebreo con la barba lunga ma molto giovane scende dal tetto. È Moreno, magro e vestito di bianco. Si aggrappa ai capitelli ionici come l’Uomo Ragno e scivola sulle colonne di marmo che costituiscono il materiale di recupero dei templi pagani con cui nel Medio Evo è stata costruita la basilica. Arriva al centro della navata: Lì si trova una grande scatola di cartone bianco di forma rettangolare, fatta per contenere un’antenna satellitare. Il violinista Moreno comincia a suonare in modo forsennato, girandole attorno. A un certo punto salta sul coperchio e suona ballando e pestando i piedi. Solo a quel punto sento che la scatola contiene una Sposa Cadavere come quella del film di Tim Burton. La scatola dell’antenna è stata usata come un sarcofago. Dentro ci sono anche dei bambini morti che il violinista vuole riportare in vita con il suo entusiasmo. Per far questo deve aprirla. Accanto a me c’è il parroco che sorride vedendo uno chassidim nella sua chiesa. La musica amplificata dalla chiesa è struggente e trattengo a stento le lacrime. “Violinisti così scendono dal tetto ma non salgano mai dalla scala,” dice il parroco. Mi sveglio col cuore in tumulto.
Fine del sogno.
E il musicologo? Gli ho regalato un’armonica a bocca. Potrebbe essere per lui ciò che Margherita fu per Faust.
Fine della pagina rossa. Fine della nota. La parola, rinfrescata, va a Moreno